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PERCHÉ LA PSICOLOGIA ANALITICA ARCHETIPICA IN COMUNITÀ?

di Barbara Mazzetti

Per rispondere a questa domanda è utile prima definire , almeno nelle linee essenziali, cosa sia la psicologia Analitica Archetipica e come venga utilizzata all’interno di una Comunità residenziale per il trattamento delle tossicodipendenze e delle dipendenze comportamentali.

PASSEGGIARE LUNGO LA STRADA DELLA PSICOLOGIA ARCHETIPICA

La psicologia analitica archetipica viene fondata da James Hillman il quale prosegue e rielabora quanto teorizza Jung. Ci troviamo quindi nell’ambito della psicologia dinamica e del profondo. La psiche si fonda su immagini che, molteplici e luminose, si riattualizzano nel qui ed ora attraverso qualsiasi creazione dell’uomo:  pensieri, emozioni, sogni, sintomi, opere artistiche e architettoniche. Tutto è psiche e noi uomini siamo immersi in psiche. Nulla di quello che è stato pensato, creato, percepito potrebbe esistere se prima non sia stato immaginato.

Da qui un ulteriore passo. La base è l’immagine che crea realtà intesa primariamente come realtà psichica e poi concreta, in cui la seconda è specchio della prima. L’immagine crea la realtà ma creare immagini è facoltà umana? Non la loro creazione, perché esse vivono di se stesse, ma “solo” la loro immaginazione. Non appartengono a questo mondo pur modellandolo secondo la loro forma.

Ancora un altro passo. Ogni immagine è archetipica. Non ci sono immagini di serie A e immagini serie B. Tutte, in egual modo, meritano lo stesso rispetto, onore, contemplazione e diritto di approfondimento. Nel sogno il topos richiede attenzione come personaggi che si muovono sulla scena onirica. E non ci sono protagonisti e semplici comparse, chi merita il riflettore puntato e chi si perde nel buio della scenografia. Qui si vuol accennare a l’IO che è un personaggio tra i tanti, come una immagine che si attualizza prendendo le nostre sembianze.

Proseguiamo. Hillman re-visiona la psicologia mettendo al centro, quindi, il politeismo psichico celebrando i miti del passato, in particolar modo la mitologia greca e romana, non per mera promozione della religiosità pagana e il ritorno alla cultura arcaica ma perché fondamento e specchio della psiche attuale. Gli dei sono diventati malattie (questo lo dice Jung per l’esattezza) in quanto, perso il loro ruolo altare, essi esprimono la loro forza attraverso i sintomi, i quali ci costringono a fermarci e rielaborare la nostra vita.

LA PSICOLOGIA ARCHETIPICA IN COMUNITÀ

Siamo giunti alla psicologia archetipica in Comunità. Il sintomo di queste persone è insito nella qualifica che la struttura assume in seguito ad accreditamento al Sistema Sanitario Nazionale: la dipendenza che sia da sostanza, farmaci o da comportamento. In che maniera affrontare il sintomo? Donando a lui la parola, spazio di espressione che sia altro e diverso da quello che ha nel mondo esterno. La Comunità è prima di tutto luogo di contenimento, distacco, un’isola dove sostare per gonfiare i polmoni di nuova aria, riacquistare ritmi regolari, stabilizzare i comportamenti, creare una routine a dimensione umana. E all’interno di questo luogo altri luoghi di riflessione, approfondimento e analisi.

UN ESPERIMENTO NEL CENTRO EMMANUEL “RICCARDO BLASETTI” DI RIETI

Il luogo del gruppo di psicodramma analitico archetipico occupa lo spazio di un’ora e mezza nel venerdì pomeriggio, scandito dal conduttore. Un tempo ritualizzato da regole precise che delimitano il gioco gruppale ma non la libera espressione dei membri. Ogni gioco necessita di regole altrimenti sarebbe un passatempo, dispersione, stare insieme nella stessa stanza senza scopo. La psicologia archetipica è una psicologia che ricerca il telos, il fine di ogni manifestazione e non la sua causa. L’uomo è complessità oltre quella che può essere anche solo comprensibile. Le cause sono molteplici, plurime e indagarle una ad una, ammesso che sia possibile, non restituiscono il senso di ciò che siamo oggi in questo preciso momento. È utile porre attenzione al ruolo che la persona ha avuto nella vicenda, quale è la sua porzione di responsabilità e restituisce il suo potere di influsso nella dinamica, la sua scelta primaria da cui è scaturita la sua condizione attuale. Scardinare le cause per giungere a cosa quell’ immagine-racconto-emozione tende che non è altri che la sua piena realizzazione. Muovono forze che vanno oltre la coscienza perché nascono prima di essa.

Si lavora sul sintomo, così come su racconti biografici e sogni, giungendo all’ontologia, smuovendo disegni archetipici palesandoli, donando volti e parole a personaggi attraverso lo psicodramma e tecniche teatrali. Il fine è restituire un racconto poetico, arricchito, amplificato e dotato di nuova forma da connettere ai racconti stereotipati che ognuno ha di se stesso.

CONCLUSIONI

La psicologia dona spazio di parola e riflessione lì dove prima c’era solo un agire coatto. Creare questo spazio intermedio, da un lato permette all’individuo di riappropriarsi delle proprie azioni  generando consapevolezze circa il proprio funzionamento, dall’altro permette una sperimentazione altra, “psicologica”, che si distacca dalla realtà concreta. Il disagio nasce dal confondere il concretismo – la realtà dei fatti e dei sensi, con la realtà psichica la quale va oltre l’oggettività ma la crea e la plasma. E le parole sono veicolo privilegiato per questa realtà.

Una terapia riuscita è quindi una collaborazione fra narrazioni, una re-visione della storia in una trama più intelligente, più immaginativa, che implichi altresì il senso del mythos in ogni sua parte della storia. … Questo ritorno al regno intermedio della narrativa, del mito, porta a una colloquiale famigliarità con il cosmo che si abita. Curare significa così «Ritorno», e coscienza psichica significa «Colloquio». Una «coscienza guarita» vive in modo narrativo.

James Hillman, Storie che curano